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	<title>Studio Legale Bonarelli · Avvocato a Grosseto</title>
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	<description>Dalla conoscenza giuridica alla soluzione mirata.</description>
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		<title>Mobbing tra colleghi: quando scatta la responsabilità del datore di lavoro?</title>
		<link>https://studiolegalebonarelli.it/mobbing-colleghi-responsabilita-datore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 12:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto del Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[Mobbing tra colleghi: quando scatta la responsabilità del datore di lavoro? Il mobbing non proviene sempre dall&#8217;alto. Quando le vessazioni e le umiliazioni partono da un collega di pari grado, si parla di mobbing orizzontale. Una recente pronuncia della giurisprudenza milanese (Corte d&#8217;Appello di Milano, sentenza n. 112 del 2 febbraio 2026, che ha confermato una decisione del Tribunale del Lavoro del 2025) offre importanti chiarimenti su come si provano queste condotte e sui titoli di responsabilità dei soggetti coinvolti. La vicenda ha riguardato un&#8217;insegnante che aveva subito ripetute umiliazioni e condotte ostili da parte di un collega, sviluppando a causa di ciò un disturbo da stress e ansia quantificato in sede peritale como danno biologico psichico. Elemento soggettivo e oggettivo: cosa serve per dimostrare il mobbing I giudici milanesi hanno ricordato che per configurare il mobbing orizzontale non bastano accuse generiche o semplici conflitti passeggeri. La vittima deve dimostrare due elementi precisi: Il principio della vulnerabilità della vittima Un aspetto di grande rilievo della decisione riguarda la valutazione del danno. La difesa del preteso responsabile aveva eccepito una particolare fragilità e vulnerabilità della lavoratrice. I giudici hanno tuttavia ribadito un principio fondamentale: l&#8217;alto grado di vulnerabilità o fragilità psicologica della vittima non interrompe il nesso di causa tra la condotta aggressiva e il danno alla salute. Il lavoratore deve essere tutelato e accettato con le proprie specifiche caratteristiche personali, e la prevedibilità del danno non viene meno di fronte alla maggiore sensibilità di chi lo subisce. L&#8217;indipendenza delle responsabilità: il datore risponde anche se il mobber viene assolto Il punto centrale e più innovativo confermato dalla giurisprudenza riguarda l&#8217;assoluta autonomia dei titoli di responsabilità del dipendente e del datore di lavoro. Mentre il collega risponde a titolo di responsabilità aquiliana (per aver materialmente commesso l&#8217;illecito), il datore di lavoro risponde a titolo contrattuale per la violazione degli obblighi di prevenção previsti dall&#8217;articolo 2087 del Codice Civile. Questa separazione produce un effetto pratico dirompente: la responsabilità dell&#8217;azienda è totalmente indipendente da quella del singolo lavoratore. Come già consolidato dalla Cassazione (sentenza n. 10730/25), l&#8217;obbligo del datore di lavoro di evitare ambienti stressogeni prescinde dalla rigorosa qualificazione delle condotte come mobbing o straining. Ciò significa che, anche nell&#8217;ipotesi in cui il collega accusato di mobbing dovesse essere assolto per mancanza di un preciso intento persecutorio, il giudice ha comunque il dovere di accertare la responsabilità del datore di lavoro. Se l&#8217;azienda, pur consapevole del conflitto o del disagio, ha tollerato una condizione lavorativa nociva o frustrante capace di generare un danno alla salute, sarà tenuta autonomamente al risarcimento. Nel caso specifico, essendo state accertate le colpe di entrambi, la condanna è stata pronunciata in via solidale, ma su presupposti giuridici del tutto distinti. L&#8217;analisi qui riportata prende spunto dal commento tecnico pubblicato sulla rivista specialistica CFNews.it, a cui si rimanda per la consultazione. Il presente articolo ha scopo puramente informativo e non costituisce consulenza legale. Per valutare specifici profili di responsabilità legati ai rapporti di lavoro o per una consulenza personalizzata, è possibile contattare lo Studio Legale per fissare un appuntamento. Contattare lo Studio Contatta lo Studio per un appuntamento]]></description>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Mobbing tra colleghi: <br>quando scatta la responsabilità del datore di lavoro?</h2>				</div>
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<p class="wp-block-paragraph">Il mobbing non proviene sempre dall&#8217;alto. Quando le vessazioni e le umiliazioni partono da un collega di pari grado, si parla di mobbing orizzontale. Una recente pronuncia della giurisprudenza milanese (Corte d&#8217;Appello di Milano, sentenza n. 112 del 2 febbraio 2026, che ha confermato una decisione del Tribunale del Lavoro del 2025) offre importanti chiarimenti su come si provano queste condotte e sui titoli di responsabilità dei soggetti coinvolti.</p>

<p class="wp-block-paragraph">La vicenda ha riguardato un&#8217;insegnante che aveva subito ripetute umiliazioni e condotte ostili da parte di un collega, sviluppando a causa di ciò un disturbo da stress e ansia quantificato in sede peritale como danno biologico psichico.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Elemento soggettivo e oggettivo: cosa serve per dimostrare il mobbing</p>

<p class="wp-block-paragraph">I giudici milanesi hanno ricordato che per configurare il mobbing orizzontale non bastano accuse generiche o semplici conflitti passeggeri. La vittima deve dimostrare due elementi precisi:</p>

<ul class="wp-block-list">
<li>L&#8217;elemento oggettivo: una pluralità continuata di condotte dannose e umiliazioni specifiche e reiterate nel tempo, provate in modo rigoroso (ad esempio tramite testimonianze).</li>

<li>L&#8217;elemento soggettivo: il chiaro intento di umiliare e vessare la vittima, ledendone la dignità professionale e umana, a prescindere da quale fosse il fine ultimo del comportamento.</li>
</ul>

<p class="wp-block-paragraph">Il principio della vulnerabilità della vittima</p>

<p class="wp-block-paragraph">Un aspetto di grande rilievo della decisione riguarda la valutazione del danno. La difesa del preteso responsabile aveva eccepito una particolare fragilità e vulnerabilità della lavoratrice.</p>

<p class="wp-block-paragraph">I giudici hanno tuttavia ribadito un principio fondamentale: l&#8217;alto grado di vulnerabilità o fragilità psicologica della vittima non interrompe il nesso di causa tra la condotta aggressiva e il danno alla salute. Il lavoratore deve essere tutelato e accettato con le proprie specifiche caratteristiche personali, e la prevedibilità del danno non viene meno di fronte alla maggiore sensibilità di chi lo subisce.</p>

<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;indipendenza delle responsabilità: il datore risponde anche se il mobber viene assolto</p>

<p class="wp-block-paragraph">Il punto centrale e più innovativo confermato dalla giurisprudenza riguarda l&#8217;assoluta autonomia dei titoli di responsabilità del dipendente e del datore di lavoro. Mentre il collega risponde a titolo di responsabilità aquiliana (per aver materialmente commesso l&#8217;illecito), il datore di lavoro risponde a titolo contrattuale per la violazione degli obblighi di prevenção previsti dall&#8217;articolo 2087 del Codice Civile.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Questa separazione produce un effetto pratico dirompente: la responsabilità dell&#8217;azienda è totalmente indipendente da quella del singolo lavoratore. Come già consolidato dalla Cassazione (sentenza n. 10730/25), l&#8217;obbligo del datore di lavoro di evitare ambienti stressogeni prescinde dalla rigorosa qualificazione delle condotte come mobbing o straining.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Ciò significa che, anche nell&#8217;ipotesi in cui il collega accusato di mobbing dovesse essere assolto per mancanza di un preciso intento persecutorio, il giudice ha comunque il dovere di accertare la responsabilità del datore di lavoro. Se l&#8217;azienda, pur consapevole del conflitto o del disagio, ha tollerato una condizione lavorativa nociva o frustrante capace di generare un danno alla salute, sarà tenuta autonomamente al risarcimento. Nel caso specifico, essendo state accertate le colpe di entrambi, la condanna è stata pronunciata in via solidale, ma su presupposti giuridici del tutto distinti.</p>

<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;analisi qui riportata prende spunto dal commento tecnico pubblicato sulla rivista specialistica <a href="https://www.cfnews.it/" target="_blank" rel="noopener">CFNews.it</a>, a cui si rimanda per la consultazione.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Il presente articolo ha scopo puramente informativo e non costituisce consulenza legale.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Per valutare specifici profili di responsabilità legati ai rapporti di lavoro o per una consulenza personalizzata, è possibile contattare lo Studio Legale per fissare un appuntamento.</p>
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		<item>
		<title>La donazione immobiliare è sempre revocabile? Le regole stringenti della Cassazione sulla revocatoria</title>
		<link>https://studiolegalebonarelli.it/donazione-casa-revocatoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 11:23:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto Civile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://studiolegalebonarelli.it/?p=5027</guid>

					<description><![CDATA[La donazione immobiliare è sempre revocabile? Le regole stringenti della Cassazione sulla revocatoria Quando un soggetto subisce un tracollo finanziario o accumula debiti, una delle prime reazioni è cercare di proteggere i beni di famiglia, magari donando la casa coniugale alla moglie o ai figli. Dall&#8217;altra parte, il creditore che scopre questa donazione si attiva immediatamente con la cosiddetta azione revocatoria per rendere inefficace nei propri confronti quel passaggio di proprietà e pignorare l&#8217;immobile. Pensare che se si tratta di un atto gratuito, come una donazione, sia automatico vincere una causa per revocatoria non è corretto. Una recentissima ordinanza della Corte di Cassazione (la n. 16565 del 27 maggio 2026) esprime un principio fondamentale a tutela del patrimonio. Il caso: la donazione della casa alla moglie La vicenda riguarda un debitore che aveva donato alla moglie la proprietà della casa familiare, riservandosi il diritto di abitazione. Il creditore aveva impugnato l&#8217;atto sostenendo che, trattandosi di una donazione e non essendoci altri beni da pignorare, il danno fosse automatico e la donazione andasse revocata. La Corte d&#8217;Appello aveva dato ragione al creditore, ma la Cassazione ha ribaltato il verdetto. La pronuncia della Cassazione: nessun automatismo Gli Ermellini hanno chiarito che la revoca di una donazione non può essere un automatismo discendente dalla gratuità dell&#8217;atto. Anche se l&#8217;atto è gratuito, per accoglierla non basta dimostrare soltanto che il debitore ha donato il bene. Il creditore deve dimostrare in modo rigoroso la cosiddetta scientia damni, ovvero che il debitore fosse consapevole di danneggiare le ragioni del creditore nel momento esatto in cui firmava la donazione. La Cassazione ha stabilito che per togliere efficacia a una donazione (nei confronti del creditore che si asserisce leso) servono prove (o indizi) che siano: Il giudice deve quindi fare un esame approfondito di tutta la situazione: a quanto ammontava il debito complessivo? C&#8217;erano altri beni, anche parziali? Il debitore poteva prevedere che quel singolo atto avrebbe causato un&#8217;insufficienza patrimoniale insanabile? Se manca questa verifica globale e approfondita, la donazione non può essere revocata. La revocatoria resta un rimedio eccezionale e non una punizione automatica per chi dona un bene. Cosa cambia concretamente per i creditori e per i debitori? 💡 Se sei un creditore: Questa sentenza ti ricorda che per recuperare il tuo credito aggredendo i beni che il debitore ha trasferito a terzi, non puoi improvvisare la causa. Serve un&#8217;analisi patrimoniale preventiva e strategica per raccogliere un quadro indiziario solido prima di citare la controparte in giudizio. ⚠️ Se hai una posizione debitoria: La tutela del patrimonio familiare attraverso donazioni o fondi patrimoniali richiede una pianificazione tempestiva e una profonda conoscenza dei requisiti di legge. Muoversi autonomamente o con formule standard può esporre a contenziosi lunghi e costosi. L&#8217;azione revocatoria ordinaria è un terreno tecnico e scivoloso, dove la differenza tra vincere e perdere la causa si gioca sull&#8217;analisi millimetrica delle prove patrimoniali. L&#8217;analisi qui riportata prende spunto dal commento tecnico pubblicato sulla rivista specialistica CFNews.it, a cui si rimanda per la consultazione. Nota: Il presente articolo non costituisce consulenza. Per richiedere consulenza o assistenza legale in materia di crediti o debiti contattare lo Studio Legale per un appuntamento. Contattare lo Studio Contatta lo Studio per un appuntamento]]></description>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La donazione immobiliare<br> è sempre revocabile?<br> Le regole stringenti <br>della Cassazione sulla revocatoria</h2>				</div>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando un soggetto subisce un tracollo finanziario o accumula debiti, una delle prime reazioni è cercare di proteggere i beni di famiglia, magari donando la casa coniugale alla moglie o ai figli. Dall&#8217;altra parte, il creditore che scopre questa donazione si attiva immediatamente con la cosiddetta <strong>azione revocatoria</strong> per rendere inefficace nei propri confronti quel passaggio di proprietà e pignorare l&#8217;immobile.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Pensare che se si tratta di un atto gratuito, come una donazione, sia automatico vincere una causa per revocatoria non è corretto. Una recentissima ordinanza della <strong>Corte di Cassazione (la n. 16565 del 27 maggio 2026)</strong> esprime un principio fondamentale a tutela del patrimonio.</p>

<h2 class="wp-block-heading">Il caso: la donazione della casa alla moglie</h2>

<p class="wp-block-paragraph">La vicenda riguarda un debitore che aveva donato alla moglie la proprietà della casa familiare, riservandosi il diritto di abitazione. Il creditore aveva impugnato l&#8217;atto sostenendo che, trattandosi di una donazione e non essendoci altri beni da pignorare, il danno fosse automatico e la donazione andasse revocata.</p>

<p class="wp-block-paragraph">La Corte d&#8217;Appello aveva dato ragione al creditore, ma la Cassazione ha ribaltato il verdetto.</p>

<h2 class="wp-block-heading">La pronuncia della Cassazione: nessun automatismo</h2>

<p class="wp-block-paragraph">Gli Ermellini hanno chiarito che la revoca di una donazione <strong>non può essere un automatismo</strong> discendente dalla gratuità dell&#8217;atto.</p>

<p class="wp-block-paragraph">Anche se l&#8217;atto è gratuito, per accoglierla non basta dimostrare soltanto che il debitore ha donato il bene. Il creditore deve dimostrare in modo rigoroso la cosiddetta <em>scientia damni</em>, ovvero che il debitore fosse consapevole di danneggiare le ragioni del creditore nel momento esatto in cui firmava la donazione.</p>

<p class="wp-block-paragraph">La Cassazione ha stabilito che per togliere efficacia a una donazione (nei confronti del creditore che si asserisce leso) servono prove (o indizi) che siano:</p>

<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Gravi</strong></li>

<li><strong>Precisi</strong></li>

<li><strong>Concordanti</strong></li>
</ul>

<p class="wp-block-paragraph">Il giudice deve quindi fare un esame approfondito di tutta la situazione: a quanto ammontava il debito complessivo? C&#8217;erano altri beni, anche parziali? Il debitore poteva prevedere che quel singolo atto avrebbe causato un&#8217;insufficienza patrimoniale insanabile?</p>

<p class="wp-block-paragraph">Se manca questa verifica globale e approfondita, la donazione non può essere revocata. La revocatoria resta un rimedio eccezionale e non una punizione automatica per chi dona un bene.</p>

<h2 class="wp-block-heading">Cosa cambia concretamente per i creditori e per i debitori?</h2>

<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">💡 <strong>Se sei un creditore:</strong> Questa sentenza ti ricorda che per recuperare il tuo credito aggredendo i beni che il debitore ha trasferito a terzi, non puoi improvvisare la causa. Serve un&#8217;analisi patrimoniale preventiva e strategica per raccogliere un quadro indiziario solido prima di citare la controparte in giudizio.</p>
</blockquote>

<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">⚠️ <strong>Se hai una posizione debitoria:</strong> La tutela del patrimonio familiare attraverso donazioni o fondi patrimoniali richiede una pianificazione tempestiva e una profonda conoscenza dei requisiti di legge. Muoversi autonomamente o con formule standard può esporre a contenziosi lunghi e costosi.</p>
</blockquote>

<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;azione revocatoria ordinaria è un terreno tecnico e scivoloso, dove la differenza tra vincere e perdere la causa si gioca sull&#8217;analisi millimetrica delle prove patrimoniali.</p>

<p class="wp-block-paragraph"><em>L&#8217;analisi qui riportata prende spunto dal commento tecnico pubblicato sulla rivista specialistica <a href="https://www.cfnews.it/" target="_blank" rel="noopener">CFNews.it</a>, a cui si rimanda per la consultazione.</em></p>

<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nota:</strong> Il presente articolo non costituisce consulenza.</p>
</blockquote>

<p class="wp-block-paragraph">Per richiedere consulenza o assistenza legale in materia di crediti o debiti contattare lo Studio Legale per un appuntamento.</p>
								</div>
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		<title>Messaggi privati e prova illegittima: il confine tra privacy e potere disciplinare</title>
		<link>https://studiolegalebonarelli.it/privacy-chat-private-licenziamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 17:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto del Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
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					<description><![CDATA[Messaggi privati e prova illegittima: il confine tra privacy e potere disciplinare Nell’era della messaggistica istantanea, il confine tra vita privata e prestazione lavorativa è diventato sempre più sottile. Tuttavia, la giurisprudenza di legittimità afferma un principio chiaro secondo cui non tutto ciò che il datore di lavoro &#8220;vede&#8221; può essere usato in sede disciplinare. Se l&#8217;acquisizione della prova vìola la normativa privacy o lo Statuto dei Lavoratori, la sanzione – quindi anche un licenziamento disciplinare – rischia l&#8217;annullamento. Secondo l’orientamento della giurisprudenza, le conversazioni su chat di messaggistica sono equiparate alla corrispondenza privata, protetta dall&#8217;art. 15 della Costituzione. Il datore di lavoro non può accedere liberamente alle chat del dipendente, anche se presenti su dispositivi aziendali, a meno che non vi sia un sospetto di illecito grave e, soprattutto, che il dipendente sia stato preventivamente informato sulle modalità di controllo.  In ogni caso, è utile ricordare che rientra nel concetto ampio di controllo a distanza del lavoratore qualsiasi controllo effettuato anche indirettamente con strumenti digitali. Il rischio per il datore di lavoro che utilizzi stralci (screenshot) di conversazioni di messaggistica privata, che gli siano stati forniti spontaneamente dal personale o terzi, non è circoscritto alle conseguenze derivanti da una violazione della normativa privacy, ma si estende alla non utilizzabilità ai fini disciplinari delle informazioni acquisite in violazione della normativa privacy e dell’art. 4 L. 300/1970. Una recente sentenza della Cassazione, Sez. Lav., n. 5354/2025, affronta il tema della procedura di acquisizione, ponendo il focus su come il datore di lavoro sia venuto a conoscenza di quanto scritto dal dipendente. Un licenziamento disciplinare basato su contenuti di chat private (anche se critiche verso l&#8217;azienda o colleghi, se avvenute in un contesto privato) è illegittimo. I dati acquisiti, violando la normativa privacy o l&#8217;art. 4 dello Statuto dei Lavoratori (controlli a distanza), non possono essere validamente utilizzati dal datore di lavoro. L&#8217;illegittimità del trattamento del dato rischia di vanificare l&#8217;intero procedimento disciplinare. Le conseguenze operative Per il Lavoratore: è possibile impugnare la sanzione eccependo l&#8217;inutilizzabilità della prova acquisita in violazione della privacy. Per l&#8217;Azienda: è indispensabile agire nel rispetto della normativa privacy (trattamento proporzionato e bilanciato), ricordando che le chat private sono tutelate dall’art. 15 Cost. e che l’art. 4 Stat. Lav. vieta controlli a distanza in assenza di accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato. Conclusione La privacy non è un limite al potere direttivo del datore di lavoro, ma senza un trattamento dati conforme al GDPR e il rispetto dello Statuto dei Lavoratori, il potere disciplinare trova un limite nel possibile annullamento della sanzione davanti al giudice del lavoro. Il presente articolo, a scopo meramente illustrativo, non costituisce in alcun modo forma di consulenza e solleva il Titolare da ogni responsabilità. Lo Studio presta servizio di consulenza ed assistenza legale in ambito di diritto del lavoro e privacy. Contattare lo Studio Contatta lo Studio per un appuntamento]]></description>
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					<h1 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Messaggi privati e prova illegittima:<br> il confine tra privacy e potere disciplinare
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									<p>Nell’era della messaggistica istantanea, il confine tra vita privata e prestazione lavorativa è diventato sempre più sottile. Tuttavia, la giurisprudenza di legittimità afferma un principio chiaro secondo cui <b>non tutto ciò che il datore di lavoro &#8220;vede&#8221; può essere usato in sede disciplinare</b>. Se l&#8217;acquisizione della prova vìola la normativa privacy o lo Statuto dei Lavoratori, la sanzione – quindi anche un licenziamento disciplinare – rischia l&#8217;annullamento.</p>								</div>
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									<p>Secondo l’orientamento della giurisprudenza, le conversazioni su chat di messaggistica sono equiparate alla corrispondenza privata, protetta dall&#8217;art. 15 della Costituzione.</p><p>Il datore di lavoro non può accedere liberamente alle chat del dipendente, anche se presenti su dispositivi aziendali, a meno che non vi sia un sospetto di illecito grave e, soprattutto, che il dipendente sia stato <b>preventivamente informato</b> sulle modalità di controllo. </p><p>In ogni caso, è utile ricordare che rientra nel concetto ampio di controllo a distanza del lavoratore qualsiasi controllo effettuato anche indirettamente con strumenti digitali.</p><p>Il rischio per il datore di lavoro che utilizzi stralci (screenshot) di conversazioni di messaggistica privata, che gli siano stati forniti spontaneamente dal personale o terzi, non è circoscritto alle conseguenze derivanti da una violazione della normativa privacy, ma si estende alla <b>non utilizzabilità ai fini disciplinari</b> delle informazioni acquisite in violazione della normativa privacy e dell’art. 4 L. 300/1970.</p>								</div>
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									<p>Una recente sentenza della <b>Cassazione, Sez. Lav., n. 5354/2025</b>, affronta il tema della procedura di acquisizione, ponendo il focus su come il datore di lavoro sia venuto a conoscenza di quanto scritto dal dipendente.</p><p>Un licenziamento disciplinare basato su contenuti di chat private (anche se critiche verso l&#8217;azienda o colleghi, se avvenute in un contesto privato) è <b>illegittimo</b>.</p><p>I dati acquisiti, violando la normativa privacy o l&#8217;art. 4 dello Statuto dei Lavoratori (controlli a distanza), non possono essere validamente utilizzati dal datore di lavoro. L&#8217;illegittimità del trattamento del dato rischia di vanificare l&#8217;intero procedimento disciplinare.</p>								</div>
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									<p><b>Le conseguenze operative</b></p><ul><li><b></b><b>Per il Lavoratore: </b>è possibile impugnare la sanzione eccependo l&#8217;inutilizzabilità della prova acquisita in violazione della privacy.</li><li><b></b><b>Per l&#8217;Azienda:</b> è indispensabile agire nel rispetto della normativa privacy (trattamento proporzionato e bilanciato), ricordando che le chat private sono tutelate dall’art. 15 Cost. e che l’art. 4 Stat. Lav. vieta controlli a distanza in assenza di accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato.</li></ul>								</div>
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									<p><b>Conclusione</b></p><p>La privacy non è un limite al potere direttivo del datore di lavoro, ma senza un trattamento dati conforme al GDPR e il rispetto dello Statuto dei Lavoratori, il potere disciplinare trova un limite nel possibile annullamento della sanzione davanti al giudice del lavoro.</p>								</div>
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		<title>Analisi del Provvedimento Garante n. 753 del 18 dicembre 2025: il valore dell’accountability nella fase sanzionatoria</title>
		<link>https://studiolegalebonarelli.it/privacy-provvedimento-753-2025/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 14:31:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Privacy & Compliance]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://studiolegalebonarelli.it/?p=4598</guid>

					<description><![CDATA[Analisi del Provvedimento Garante n. 753 del 18 dicembre 2025: il valore dell’accountability nella fase sanzionatoria L’evoluzione della protezione dei dati personali nel contesto professionale richiede oggi un’attenzione che va oltre la semplice conformità formale. Il recente provvedimento dell’Autorità Garante (n. 753/2025) offre un interessante spunto di riflessione circa l&#8217;esercizio del potere sanzionatorio e l&#8217;efficacia dell&#8217;attività difensiva tecnica. Il caso e la valutazione del rischio  Il procedimento ha riguardato un&#8217;articolata analisi dei flussi di dati sanitari all&#8217;interno di un sistema organizzativo complesso. Sebbene siano state rilevate delle criticità, l&#8217;Autorità ha inteso valorizzare il comportamento proattivo del Titolare, riconoscendo l&#8217;importanza delle misure adottate a tutela degli interessati. L&#8217;efficacia della difesa tecnica L’aspetto di maggior rilievo giuridico del provvedimento risiede nel riconoscimento della &#8220;pronta collaborazione&#8221; e nella solidità delle memorie difensive prodotte. Nello specifico, è stato dimostrato che: le misure correttive erano state intraprese tempestivamente; la struttura era dotata di una documentazione interna atta a dimostrare il principio di responsabilizzazione (accountability). Tali elementi hanno permesso di ricondurre la sanzione alla sola misura dell&#8217;ammonimento (ex art. 58, par. 2, lett. b del GDPR), evitando le gravose sanzioni pecuniarie previste dall&#8217;art. 83. Ogni struttura presenta criticità peculiari nei propri flussi di dati; l&#8217;analisi di questo provvedimento dimostra che non è l&#8217;errore in sé a determinare inevitabilmente la sanzione, ma la capacità del Titolare di dimostrare il controllo e la consapevolezza del proprio sistema informativo. Considerazioni: la prevenzione come strategia di difesa  Questo orientamento conferma come la protezione dei dati non debba essere intesa come un adempimento statico, bensì come una strategia di difesa preventiva. L&#8217;adeguamento costante non rappresenta solo un adempimento normativo, ma la precondizione essenziale per attivare quelle tutele difensive che possono fare la differenza in sede di controllo. Risulta pertanto fondamentale strutturare modelli di conformità solidi e dinamici, capaci di evolversi insieme ai mutamenti dell&#8217;attività e delle tecnologie adottate. Disporre di un assetto documentale rigoroso e di una difesa tecnica preparata è l’unico strumento idoneo a mitigare il rischio sanzionatorio e a tutelare il patrimonio professionale. Lo Studio fornisce assistenza professionale per la messa a norma delle attività e per la consulenza continuativa in materia di Data Protection, garantendo un presidio legale costante a tutela del patrimonio e della reputazione del Titolare. Tale assistenza si estende alla fase del contenzioso dinanzi all&#8217;Autorità Garante – ambito in cui la difesa legale è fortemente consigliabile per una corretta articolazione delle memorie difensive – nonché alla successiva fase di impugnazione dei provvedimenti dinanzi all&#8217;Autorità Giudiziaria, ove la difesa tecnica è obbligatoria per legge. Contattare lo Studio per un preventivo Contatta lo Studio per un appuntamento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="4598" class="elementor elementor-4598">
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									<p>L’evoluzione della protezione dei dati personali nel contesto professionale richiede oggi un’attenzione che va oltre la semplice conformità formale. Il recente provvedimento dell’Autorità Garante (n. 753/2025) offre un interessante spunto di riflessione circa l&#8217;esercizio del potere sanzionatorio e l&#8217;efficacia dell&#8217;attività difensiva tecnica.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il caso e la valutazione del rischio </h2>				</div>
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									<p>Il procedimento ha riguardato un&#8217;articolata analisi dei flussi di dati sanitari all&#8217;interno di un sistema organizzativo complesso. Sebbene siano state rilevate delle criticità, l&#8217;Autorità ha inteso valorizzare il comportamento proattivo del Titolare, riconoscendo l&#8217;importanza delle misure adottate a tutela degli interessati.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">L'efficacia della difesa tecnica</h2>				</div>
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									<p>L’aspetto di maggior rilievo giuridico del provvedimento risiede nel riconoscimento della &#8220;pronta collaborazione&#8221; e nella solidità delle memorie difensive prodotte. Nello specifico, è stato dimostrato che:</p><ul><li>le misure correttive erano state intraprese tempestivamente;</li><li>la struttura era dotata di una documentazione interna atta a dimostrare il principio di responsabilizzazione (<i>accountability</i>).</li></ul><p>Tali elementi hanno permesso di ricondurre la sanzione alla sola misura dell&#8217;<b>ammonimento</b> (ex art. 58, par. 2, lett. b del GDPR), evitando le gravose sanzioni pecuniarie previste dall&#8217;art. 83.</p><p>Ogni struttura presenta criticità peculiari nei propri flussi di dati; l&#8217;analisi di questo provvedimento dimostra che non è l&#8217;errore in sé a determinare inevitabilmente la sanzione, ma la capacità del Titolare di dimostrare il controllo e la consapevolezza del proprio sistema informativo.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Considerazioni: la prevenzione come strategia di difesa</h2>				</div>
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									<p> Questo orientamento conferma come la protezione dei dati non debba essere intesa come un adempimento statico, bensì come una strategia di difesa preventiva. L&#8217;adeguamento costante non rappresenta solo un adempimento normativo, ma la precondizione essenziale per attivare quelle tutele difensive che possono fare la differenza in sede di controllo.</p><p>Risulta pertanto fondamentale strutturare modelli di conformità solidi e dinamici, capaci di evolversi insieme ai mutamenti dell&#8217;attività e delle tecnologie adottate. Disporre di un assetto documentale rigoroso e di una difesa tecnica preparata è l’unico strumento idoneo a mitigare il rischio sanzionatorio e a tutelare il patrimonio professionale.</p>								</div>
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									<p><i>Lo Studio fornisce assistenza professionale per la messa a norma delle attività e per la consulenza continuativa in materia di Data Protection, garantendo un presidio legale costante a tutela del patrimonio e della reputazione del Titolare. Tale assistenza si estende alla fase del contenzioso dinanzi all&#8217;Autorità Garante – ambito in cui la difesa legale è fortemente consigliabile per una corretta articolazione delle memorie difensive – nonché alla successiva fase di impugnazione dei provvedimenti dinanzi all&#8217;Autorità Giudiziaria, ove la difesa tecnica è obbligatoria per legge.</i></p>								</div>
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